Quattro Passi Dentro Casa: l’Enciclopedia del Cane

L’Enciclopedia del Cane sta sulla libreria a nord-ovest, quella anni ’80, ma di design. È stata collezionata con lentezza, fascicolo per fascicolo Frequentavo ancora le scuole elementari, ma già leggevo cose di una pesantezza indescrivibile. Ogni settimana arrivava un fascicolo nuovo che io andavo a ritirare dal giornalaio. I due giornalai che si sono succeduti durante la raccolta dei fascicoli avevano un entrambi un cognome che finiva in -oni e mi conoscevano benissimo: l’editoria necessita di clienti come me. Le enciclopedie, a quei tempi, funzionavano in maniera un po’ macchinosa: ogni settimana arrivava un fascicolo nuovo da ritirare dal giornalaio, poi, ogni tot fascicoli si ordinava al giornalaio la copertina.  Quando la copertina arrivava, si riportavano i fascicoli dal giornalaio che li mandava, insieme alla copertina, dal rilegatore. Dopo un tempo variabile, i fascicoli tornavano rilegati in un volume, ben avvolti nella carta da pacco. Per andarli a riprendere serviva tornare nuovamente in edicola, anzi spesso ci si andava più volte per sapere se fossero arrivati. L’edicola, insieme al supermercato, era l’anima del quartiere: dell’edicola resta solo il casottino, del supermercato l’edificio, ora occupato dalla farmacia e da un poliambulatorio.

Quando l’enciclopedia è iniziata, non avevo ancora un cane mio, sebbene lo desiderassi più di ogni altra cosa, la fissa per i cavalli è venuta dopo. Mentre imparavo a conoscere le razze attraverso l’enciclopedia, cercavo di capirle anche dal vivo, ma c’era un problema: a me piacevano i cani da caccia, l’enciclopedia partiva dai cani da pastore (Gruppo I), e procedeva lentissima verso il Gruppo VII (Cani da Ferma). Nel frattempo, cercavo di conoscere i cani del quartiere: quasi tutti appartenevano al Gruppo II ed erano stati comprati per fare la guardia. Ricordo schnauzer, rottweiler, dobermann, maremmani e qualcosa del Gruppo I, pastori tedeschi per lo più, e in pastore belga Tervuren, poi morto di piroplasmosi, che oggi chiamiamo babesiosi.

Arrivata al quarto volume dell’enciclopedia, ho scoperto i cani nordici, che in quegli anni iniziavano a andare molto di moda. Mi piaceva il samoiedo: tutto bianco e orsettoso al punto giusto. Lo chiamano il cane che sorride, peccato che abbai altrettanto. In strada, tuttavia, si vedevano solo husky, rigorosamente neri e bianchi, e con gli occhi azzurri, e alcuni chow. Mi piaceva anche il groenlandese che, tuttavia, l’enciclopedia sconsigliava di prendere come animale domestico. Invece, chissà perché, taceva di dire la verità sugli husky, che nel frattempo invadevano le case degli italiani, con esiti non sempre fausti. Qui gli husky non hanno mai rischiato di entrare: nessuno aveva intenzione di comprarmi un cane, tantomeno un cane da slitta.

Mentre l’enciclopedia mi propinava bassotti, terrier e segugi, e io volevo sapere tutto dei cani del Gruppo VII, i cani da ferma hanno trovato me. Il giovane esploratore, ovvero fuggiasco, era una un Deutsch Drahthaar, che aveva imparato a scappare dalla sua cuccia a igloo, dal suo serraglio, e dal suo giardino, per venirmi a trovare. Il problema era che puzzava quanto le fognature di una metropoli del sud-est asiatico e trasferiva tutti i suoi aromi su di me. Però, a patto che non mi ci strusciassi troppo addosso, avevo ottenuto il permesso di portarlo in giro per il quartiere. Io frequentavo ancora le scuole elementari e lui era più grosso e saggio di me, andavamo insieme in edicola, e poi lo riportavo, a malincuore, nel suo serraglio. Almar, così si chiamava, dopo qualche mese di amicizia è sparito, prima sostituito da un setter blue belton, e poi da una pointerina bianca e arancio. Temo sia stato l’odore a fregarlo: non sarei mai riuscita a convincere mia madre che lavandolo sarebbe diventato inodore, così niente drahthaar, anche se la razza avrà sempre un posticino nel mio cuore.

In quegli anni, mio zio, storico e fedelissimo kurzhaarista (allora li chiamavano bracchi tedeschi, o brac tudesch), si era portato a casa un setter irlandese incontrato in campagna: l’aveva seguito fino all’auto, era molto bello e aveva deciso di dargli una possibilità. Ricordo che era bellissimo, che si chiamava Rosso, e che è vissuto, se non sbaglio, fino ad almeno 17 anni. Però, ricordo di aver pensato qualcosa del tipo: “umm sì, bello, molto bello, ma qualcosa non mi torna, troppo appariscente”. Il bracco tedesco, al contrario, mi sembrava troppo essenziale; il pointer aveva qualche carattere distintivo in più, ma restava pur sempre un cane a forma di cane, con quattro peli addosso. Il gordon? No! Troppo scuro e massiccio! Il bracco italiano? Ma, sembra un segugio! Insomma, già allora non sapevo farmi andare bene niente!

Invece, il setter inglese… intrigante e setoso, ma non troppo, era la giusta via di mezzo.  La maggior parte degli inglesi presenti nel settimo volume, di otto, era bianca e nera (blue belton): io ero rimasta colpita dal bianco arancio “Lindo della Bassana”.  I miei, che già avevano dribblato il drahthaar, avrebbero fatto a meno anche del setter, eppure ero quasi riuscita a convincerli: c’era una setterina blue belton al canile municipale e sono andata a vederla con mio padre, che ha cercato di prendere tempo.

Pochi giorni dopo, non fidandomi delle promesse di nessuno, ho raccattato il primo randagio (che probabilmente non era tale) avvistato transitare per il quartiere. Era blue belton, aveva una bellissima coda frangiata da setter e fermava e guidava proprio come un’inglese. Il pelo arruffato e la “durezza” ne tradivano le origini, almeno in parte, teutoniche. Tommaso, così si chiamava, era molto probabilmente mezzo setter e mezzo schnauzer: all’eleganza del primo, univa la serietà e la predatorietà del secondo. Sul suo diario di caccia sono segnati topi, talpe, galline, bisce, gatti… mai altro mio cane fu così spazzino.

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Quattro passi dentro casa: L’angolo del calendario

Oggi è venerdì, la scuola di specialità si è mangiata tutta la mattina e parte del pomeriggio. La mattinata si è aperta con “la diarrea del suinetto”, la scarsa cena della sera precedente si era chiusa con la foto di un vomito e una di una diarrea emorragica. Ai proprietari piace terribilmente documentare le anomalie corporali dei loro cari pets, il picco lo si raggiunge all’orario dei pasti, incluso quello della prima colazione.

Comunque, prima che mi arrivassero quelle foto, riflettevo
sul fatto che ho scelto proprio un lavoro di merda, nel vero senso del termine.
Una cosa che mi sarebbe piaciuta fare, tra le tante, è l’arredatrice di
interni. Grazie ai miei corsi sul feng shui e sulla medicina cinese,
potrei persino inventarmi un lavoro. Fino a qualche mese fa, ritenevo
appetibili le professioni gioiose come quelle legate alla moda, al fitness,
o al turismo. Ma adesso? Che faranno costoro? Si trasformeranno in installatori
di plexiglass?  Ci scherzo su, ma
rischiano di accadere cambiamenti epocali. E chi avrà ancora il coraggio di
iscriversi a medicina? L’ho schivata per un pelo, passando da Medicina (sì, ero
entrata) a Medicina Veterinaria. 
Conclusi gli studi in Medicina Veterinaria, ho pensato di aver commesso
un grave errore, ma adesso? Mi ci vorrà del tempo a capirlo, e quel tempo
passerà con un cellulare cronicamente infestato da vomiti e diarree.

Non avete idea di quanti cani stiano cagando, e vomitando. È disgustoso, ma le segnalazioni si moltiplicano, lo scrivo, sia mai dovesse capitare anche a voi… Stress? Virus? Ipoclorito gettato sull’asfalto? Anche qui, servirà del tempo per capire. Nel frattempo, torniamo ai calendari. Accanto alla rossa lampada “shire”, c’è un muro in tinta grigetto-lavanda, che fa angolo con la libreria di design anni ’80. Direi che posso definirla in discreta forma, fatta eccezione per i pomelli e la paretina a est mezza ustionata. I pomelli, quelli delle ante, sarebbero in numero totale di cinque, ma due sono scomparsi: uno si era rotto e, un aspirante tuttofare con meno senso pratico del mio, se ne è portato via due per comprare dei pomelli nuovi. È successo quasi un anno fa. Nel frattempo, pur cercando, non ho mai trovato dei pomelli che mi piacessero abbastanza: sono fatta così. Gli attuali sono bianchi, né magri, né grassi, né tondi né quadrati, sostanzialmente insignificanti. In più fatico a capire quanto debba essere lunga la vite dei nuovi: sembra facile, ma così non è. Cerca di qui e cerca di là, ho guardato su Amazon, ho guardato da Ikea e poi mi sono scordata di comprarli, ho guardato in qualche ferramenta e poi ho aspirato a Leroy Merlin. Contemporaneamente, l’occhio scappava tra le cinesate di Aliexpress, senza mai decidersi a rischiare.  Il trauma della cinesata suprema l’ho superato, non è questo il punto, anche qui era un problema di misure, nonché di tempi di spedizione. La quarantena rende pazienti e offre quella manciata di minuti liberi che ti permette di cercare bene, online, tra mille proposte.  Ordine fatto a inizio lock down, adesso è in dogana, vedremo se ho azzeccato le misure, vedremo se mi piacerà la forma: li ho presi simili a quelli della scrivania.

La paretina a est della libreria, ha un angolo ingiallito e
raggrinzito, ricordo del mezzo incendio scampato. Poco più in basso, rispetto
alla cicatrice, c’è un gancio, uno di quelli adesivi che di solito si mettono
in cucina, per appenderci gli strofinacci. Il mio, invece, lavora nello studio,
è giallo arancio triangolare e mi ricorda una fetta di formaggio.  Lavora tutti i giorni, come Atlante, e porta
il peso dei calendari. Ogni anno compro un calendario nuovo, che affermazione
scontata! Intendo dire che al calendario dello studio ci tengo particolarmente.
È una mia personalissima tradizione, che dura da tantissimi anni. Deve essere
un calendario bello,  deve piacermi
davvero e lasciarsi un po’ usare come agenda, un giorno capirete il perché.

Questo posto è stato occupato, per tanti anni, da calendari
fotografici tedeschi che compravo alla Fiera Cavalli, a Verona. Poi ancora
cani, cavalli, paesaggi, calendari fatti da me con i cani, c’è stata una certa
variabilità genetica, fino a che, i calendari fotografici hanno drammaticamente
perso qualità: non trovo più niente che mi piaccia. A partire dall’autunno
inizio a cercare un nuovo calendario, destinato ad accompagnarmi per un po’.
Parto con entusiasmo, ma va a finire come con i pomelli. Negli ultimi anni ho
risolto con dei calendari pseudo-artistici a tema Disney e con quelli in della
Légami in cartoncino, il minore dei mali. Il 2020 è l’anno di Peter Pan, che è
insieme ripiego e aggancio a Tinkerbell e Tigerlily: siamo ad aprile e l’anno
sembra rispecchiare la mediocrità dei fogli che ne scandiscono il tempo.

Ai piedi del calendario c’è il cestino della spazzatura che è adesso si chiama differenziata e che lì dentro, è fatta solo da carta. È rosso, ha le rotelline, è quadrato e ha dei buchetti. Ha quasi 40 anni, come la lampada “shire” e la libreria di design. È nato per farti pensare: ricorda un porta riviste, o forse un porta vaso, è troppo bello per il pattume reale. Nato come cestino, è stato poi promosso al ruolo di porta riviste, compito che gli è quasi costata la vita. Un giorno, ben rimpinzato di libri e di giornali, l’ho messo sul confine della scala a chiocciola, per arginare il Roomba. Orbene, il Roomba l’ha speronato e lui è rotolato giù per tre rampe di scale, tonfando come un elefante che rotola giù dalle Alpi e seminando pubblicazioni lungo il percorso. Ripescandolo incolume dalla taverna, ho imparato che: non bisogna mai cercare di arginare il Roomba e che, rivelazione superflua, non sono tagliata per i lavori domestici.

Un paio d’anni dopo, a causa di un letto troppo grande per una stanza troppo piccola, il rosso cestino è tornato a fare il cestino, ma con classe: accetta solo carta pulita destinata al riciclaggio. Così, dal basso guarda in alto, sorridendo a un calendario, quasi certo che prima o poi lo accoglierà.

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Quattro passi dentro casa: Le lampade di questa stanza

In una stanza tutto sommato minuscola, ci sono ben tre
lampade. Una ci vuole, che ci rischiari dalle tenebre, ma le altre due? Andiamo
a conoscerle, dalla più piccola alla più grande. La più piccina, non che ultima
in ordine di arrivo è una lampada del sale formato bonsai. Calcolando la
metratura della stanza, se volessi davvero usarla per ionizzare l’aria, cosa
che si mormora queste lampade facciano, avrei dovuto prenderla grande almeno il
doppio, invece ho scelto lei. A guidarmi, non solo lo spirito del risparmio, ma
anche la situazione. Io vado a impressioni, circostanze, eccetera e tale
lampada era stata annunciata come in vendita da LIDL. LIDL ha l’astuta capacità,
con il suo volantino, di creare aspettative. Da librivora, adoro il volantino
di LIDL, e pensare che, gli omini della pubblicità, spesso saltano la mia
cassetta della posta. In tempi normali ovviavo al problema sottraendo,
nottetempo suddetto volantino, dalle cassette altrui, magari proprio da quelle
su cui campeggia rabbiosa la scritta “NO PUBBLICITA’”. A me la pubblicità dei
supermercati piace, ma adesso rifuggo da qualsiasi superficie che possa essere
contaminata, forse gli omini della pubblicità lo sanno e non mi lasciano più nulla.
Se vi hanno rubato il volantino di LIDL, da febbraio in poi, non sono stata io!
Oltre a stuzzicarci, quelli di LIDL, sono bravi a fare leva sulla scarsità: se
un bene è scarso, viene percepito come un bene di valore. Nella mia infinita storia
accademica, ho studiato anche economia politica, altrettanto devono aver fatto
gli omini del marketing. Le massaie invece no, ci cascano ogni volta e le
mattine del lunedì e del giovedì, corrono da LIDL ad accaparrarsi gli oggetti
del desiderio, prima che l’ambita cianfrusaglia vada esaurita.

No, sul serio, mi rifiuto: la corsa tra gli scaffali roba da
Flinestones. Magari una certa cosa la vorrei tanto, ma riesco a non
darlo a vedere. Mi approccio ai cestoni delle offerte con finto distacco,
allungo l’occhio e, se la cosa non c’è più, proseguo incurante verso i fiocchi
di latte: ai cani piacciono, è una bella scusa. Questa lampada, così come le
ali da pipistrello da fare indossare al cane (che invece avrebbe preferito i
fiocchi di latte) è stata comprata nel tardo pomeriggio. Era l’ultima ed era
evidentemente una predestinata. L’accendo spesso e, lo scorso autunno, o forse
era primavera- insomma era quel periodo di monsoni, la lampada si è messa a
piangere allagando il ripiano della libreria. Nessun miracolo di San Gennaro,
voleva solo dirmi che c’era troppa umidità, come se non me ne fossi accorta da
sola. Che poi, che avrà da lamentarsi, abita vicino alla porta della stanza,
sul tetto della mini-libreria a sud, nel punto meno umido della casa. È stata fortuna,
non ha neppure dovuto scegliere dove stare, la presa della corrente ha deciso
per lei.

La seconda lampada vive sulla scrivania, ma non ha mai avuto
un posto fisso, va e viene a seconda di quanti pc (ne ho due), quanti libri e
quante altre cose, stanno sulla scrivania.  Quando il tavolo è troppo occupato viene
sloggiata per terra, sul parquet, a farle compagnia qualche pelo di setter. Il
non avere un posto fisso, le permette di guardare la stanza, e il mondo fuori
dalla stanza, da diverse prospettive. Può persino succhiare la corrente da ben
due prese elettriche diverse. Non so quasi nulla di questa lampada, mi è stata
regalata dopo che qualcun altro l’aveva recuperata sulla via della discarica.
La spina andava riparata, ma una volta fatto (non da me) funziona benissimo.
Credo abbiano scelto di mandarla qui perché è la classica lampada da scrivania,
anzi da scrivania di una biblioteca. Probabilmente ne avete viste di simili
nelle biblioteche, o nei film. È una di quelle lampade con un cappello verde bottiglia,
piuttosto largo e orientabile. Il gambo è stretto e dorato e poggia su una base
larga, sempre dorata. Queste lampade vintage, sono chiamate anche lampade
Churchill (My Dear Sir Winston <3 ), o ministeriali. La leggenda
vuole che negli anni ’30, in Europa, fossero di moda sulle scrivanie dei VIPS, a
me fa tanto Ivy League, o Seven Sisters, per tirare l’acqua al
mio mulino.  La mia Winstonina ha qualche
graffio sul gambo e dei graffi più marcati sulla base, comunque se li sia
fatti, fanno parte della sua storia. L’accendo poco, in genere d’inverno, o
quando la giornata è uggiosa. Illumina quanto basta, ma non troppo.

La terza lampada è la lampada regina, ovvero quella che regna
quando il sole non c’è più, ma a tu hai bisogno di vederci chiaro, lo chiamano smart
working
e non finisce con il tramonto. Non ci sono lampadari in questa
stanza, solo questa lampada “alogena” che parte dal pavimento e va verso
l’alto. È rosso papavero e ha quasi 40 anni, ma non li dimostra, viene dal
vecchio arredamento “di design” di questa stanza. Il problema è che si è
portata dietro una certa filosofia spendacciona tipica degli anni ’80: mangia
quanto uno Shire! Con Shire intendo quegli enormi cavalli da tiro dalle zampe
pelose, l’idea di prenderne uno “da compagnia” mi è subito passata dopo aver
scoperto quanto mangiano. Ad oggi, non sono ancora riuscita a convertire la
Signorina Shire al LED, non trovo lampadine della sua taglia: lei succhia,
illumina e scalda, come si addice ad una vera lampada alogena della Milano da
bere.  In inverno, funziona come secondo
termosifone, in estate… le preferisco il buio.

È talmente calda da aver cercato di fondere un pezzo della
libreria e di aver quasi dato fuoco alla casa. Antefatto, questa stanza è
esposta a nord per una parete, e a est per l’altra. In inverno è GELIDA anche
con il riscaldamento acceso: le case te le costruiscono belline e trac, la
fregatura che non sai. I vecchi serramenti, quelli comprati insieme
all’abitazione, erano stati fabbricati dalla Casa dello Spiffero, e io ho avuto
una delle mie idee. Seguendo quanto consigliato dall’adorabile rivista British Country
Life
, mi ero procurata dei pesanti tendoni patchwork. Ottimo risultato
estetico e funzionale, ma alla rossa lampada non piacevano, le toglievano
centralità. Così, colpa sua, o colpa mia, che non ho curato le distanze, un
giorno d’inverno, mentre scrivevo al pc, ho sentito un rumore sopra la mia
testa. Ho fatto finta di niente per un po’, che avevo altro da fare, e poi,
riguardando in alto, ho visto fumo e fiamme provenire dalla tenda. Senza farmi
prendere dal panico, sono uscita dalla stanza, ho spento la lampada
(l’interruttore è fuori) e poi mi sono messa a cercare un recipiente con cui
poter lanciare efficacemente dell’acqua verso l’alto.

Non trovando niente al piano, sono scesa in cucina e ho preso un’insalatiera in porcellana inglese, di quelle bianche e blu con i paesaggi disegnati, ovvero le uniche stoviglie degne di esistere. E fu così che Rossella domò l’incendio a insalatierate d’acqua. Poi venne l’assicuratore che risarcì i danni, inclusa l’anziana scrivania di design che con l’acqua si gonfiò.

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Quattro passi dentro casa: le mensole bianche

Due mensole bianche, queste le protagoniste della giornata. Provate voi a scrivere qualcosa di interessante e di intelligente su due mensole bianche. A raccontare, a colpi di foto photoshoppate, l’ultima in Papua Nuova Guinea, è capace anche una talpa. Senza offesa per le talpe, lo dicevo perché le talpe vedono poco, quindi credo fotografino anche peggio. La vacanza, il regalo, il successo sportivo, la cattura della bionda, insomma sono queste le cose più postate sui social.  Molto più facile scrivere “Il mio cane ha vinto un 1 kg di formaggio alla gara dove c’erano altri tre concorrenti”. Ogni riferimento a cose e ha persone è puramente casuale, sia mai che io intenda di penna ferire. Però, anche se adesso è parecchio di tendenza dire che non state sui social: chi è chiuso in casa, dove volete che sia? Quelli che mancano, tutt’al più sono i post auto-celebrativi, non c’è proprio nulla da celebrare. I post sulle mensole? Al di là delle difficoltà intrinseche, non è nemmeno normale sparpagliare parole sulle mensole.

Eppure la mensola è qualcosa di molto egualitario, tutti
abbiamo almeno una mensola, nella peggiore delle ipotesi la teniamo sul
pavimento del garage perché non siamo capaci di fare due fori nel muro, e di
questi tempi è meglio non fare entrare nessuno in casa. Ho detto che la mensola
è egualitar-proleataria, non che “siamo tutti sulla stessa barca”. Qualcuno
deve aver osato dirlo, in questo periodo intendo, e sono scoppiate rivolte. In
effetti c’è chi viaggia su uno yacht, chi ha la zattera di Tom Sawyer, chi sta
attaccato ad un tronco e chi ha fatto naufragio. La reclusione in spazi interni,
però, è egualitaria: mancano la libertà e la fraternità, ma tutti abbiamo un
muro da fissare. Magari abbiamo anche una finestra, e lì iniziano le
differenze: il panorama cambia e, con lui, anche la carica virale che ci
aspetta fuori.

Comunque, le mensole bianche stanno sopra alle cornici blu e
al divano dell’Avanella. Sono due mensole Ikea, non ricordo la serie, Lack
forse. Le avevo scelte bianche perché mi piacciono i mobili bianchi e perché il
bianco crea un bel contrasto con malva della parete. Ovviamente c’era la
fregatura, e io sono stata un pollo: il mobile bianco sintetico ingiallisce e,
a distanza di anni, costoro hanno assunto un colorito sinistro, tra il
giallognolo e il verdastro.  O, forse, ho
avuto la vista lunga: adesso le mensole sono quasi dello stesso colore del passepartout.
Se non sono rimaste distese sul pavimento del garage, lo devo a mio zio, un dei
pochi, in genealogia, a saper far due buchi ne muro. Gli ho chiesto di insegnarmi,
ma lui ha cambiato discorso. Eppure, le prime mani di malva le avevo date io:
dopodiché ho sempre chiamato l’imbianchino.

Sulle mensole massicciotte e io ci ho messo un sacco di
cose. Partiamo dal lato che più dà verso l’esterno: dalla libertà alla
clausura. Come prima cosa troviamo un telefono cordless. I fili che lo
collegano alle prese, quella telefonica e quella elettrica, penzolano come due
liane fino a raggiungere, all’incirca, l’altezza al garrese di un fox terrier,
lì iniziano ad ingarbugliarsi. Il cordless è bianco, ma è stato un caso,
ed economico, tanto non lo usa nessuno. Io non rispondo a telefono fisso, la
linea esiste solo per la fibra. Chi mi conosce lo sa, quindi quando suona il
fisso: A) non è per me; B) è un parente molesto; C) è una televendita e D) è un
ladro che vuole sapere se sono in casa. I casi A, B e C è meglio perderli che
trovarli, il caso D, se il ladro mi trova in casa, il problema diventa il suo.
Vi garantisco che se ne andrebbe, nella migliore delle ipotesi, solo per
sfinimento ma, a proposito di sfinimento, avete notato anche voi che con la
quarantena sono scomparse le telefonate dei call center?

Non chiamano neanche più sul cellulare, a dire il vero, non
che io d’abitudine risponda al cellulare. Sostanzialmente le telefonate non mi
piacciono. Si disturba sempre quando si chiama qualcuno, nessuno ha il coraggio
di dirvelo in faccia e riassetta la voce invece di mandarvi al diavolo: un
atteggiamento di facciata. La telefonata è invadente, la telefonata interrompe.
La telefonata è arrogante, salta persino la fila: vi è mai capitato di essere
in coda da qualche parte, sta quasi arrivando il vostro turno, avanzate con la
lentezza di un gasteropode, e a ogni persona fisica smaltita, segue una pausa
lunga tre telefonate. L’operatore non taglia corto, e voi che vi siete vestiti,
preso una secchiata d’acqua e parcheggiato in divieto siete lì in piedi a farvi
saltare davanti da un fantasma in pantofole che sta sgranocchiando un babà,
bella roba.

Accanto al telefono acchiappa polvere, abbiamo tre
contenitori porta riviste in cartone. Sono bianchi a fiori blu, quasi come il
divano dell’Avanella. Essi contengono qualche rivista di caccia sudafricana, un
atlante colorabile sull’anatomia del cane, delle fotocopie e dei libri
fotocopiati. Illegali? Nì, è tutto setterume (roba di setter) fuori stampa,
italiana e estera, non avevo altro modo per leggerli.  A seguire abbiamo il libro di Stanley Coren,
lo psicologo americano che, invece di fare lo psicologo, ha il vizio di
scrivere di cani. Questo libro, però, si chiama “Cani e Padroni”, infatti parla
anche dei padroni.  Il prossimo lotto
sono i due libri di anatomia (Nickel et al.) che erano il requisito minimo per
passare l’esame di neuroanatomia col Ferrandi. Per chi ha conosciuto il Ferrandi,
non serve aggiunga altro, chi non ha avuto il piacere, meglio così. Dopodiché
abbiamo l’isola blu: il librone di microbiologia e immunologia veterinaria.
L’hanno scritto dei vip del settore e, visti i tempi, a rivenderlo potrei farci
ei bei soldi. Avevo preso 29, che caspita di voto è 29?

Po mi sembra di intravedere: “L’uomo che ascolta ai
cavalli”; “Flush” di Virginia Woolf in lingua originale; un saggio di Chomsky
sull’11 settembre, ormai passato di moda e “Le malattie infettive del cavallo”:
questo è un po’ più attuale. Come vicino di mensola abbiamo “Le malattie del
cane” della “zia” Lucia Casini, docente unipi.it. Quella cosa ricoperta con la
carta a quadretti di una vecchia colomba pasquale è il libro di embriologia,
quando si dice non voler vedere.  Il
libro successivo, al contrario, “Training Your Own Birdog” ha il titolo in bella
mostra e viene da una biblioteca del Maryland, via Ebay: lieta di averlo salvato.
 Siccome la logica non mi piace, accanto
a lui troviamo “La cucina orientale”, di Pearl S. Buck. Prima di avere la copia
originale del 1975, trovata dall’Augusto, il rigattiere di Piazza del Duomo a
Pavia, ero sopravvissuta con alcune fotocopie dello stesso. L’apertura degli
italiani alla cucina etnica ricordiamocelo, è piuttosto recente e, sempre per
essere coerenti, le poche cose che ho cucinato in vita mia, torte escluse, sono
orientali, e vengono da questo libro. Pearl S. Buck (1892-1973), per chi non lo
sapesse, è una scrittrice americana che ha vinto sia il Nobel che il Pulitzer e
che ha trascorso gran parte della sua vita in Cina.

Tre libretti sui cani, di cui uno sui setter, la separano da una fila di copertine color pastello. Sono i 102 Classici del ‘900 di Repubblica, ne ho solo 54, ma fanno la loro porca figura. A me piace vedere varietà tra le pile di libri, ma queste collane hanno un senso: servono a chi compra i libri per metterli in soggiorno e far vedere che legge. L’esistenza di tali individui è reale, ne sono a conoscenza fin dalla prima infanzia. I libri sono sempre stati una calamita per me, quando non sapevo ancora leggere guardavo le figure e pretendevo che gli adulti mi leggessero le parole. Non ho mai rubato caramelle, ma libri sì. La leggenda vuole che all’età di circa quattro anni, fui portata a casa di amici dei miei per una delle solite cene. Cosa accadde? Qualcosa di molto imbarazzante: attratta dai libri, iniziai a toglierli dalla libreria, erano bocchi di polistirolo nascosti da sovra-copertine! Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare non ci invitarono più a cena. Ho deciso di non presentarvi i 54 libri uno per uno, però tra di loro c’è un secondo libro della Buck, “Vento dell’est, vento dell’ovest”, e “Possessione” un romanzo molto British che mi era piaciuto assai. Altrettanto British sono gli annuari dell’English Setter Association of UK che arginano la collana. Blu. Indaco e turchesi attaccati al rosso di una raccolta di tarocchi Shining Tribe verso cui non ho mai provato una particolare empatia. La prima fila di libri termina con altri due volumi di anatomia veterinaria, quelli dell’esame di Anatomia Veterinaria II.

Però c’è anche una timida seconda fila, ovvero qualche libro
che, siccome non sai dove mettere, finisce in cima a quelli messi in ordine. Al
centro di tutto una mattonella misteriosa ricoperta con la pagina di un
calendario. È una mattonella che adoro: è stata ricoperta per proteggerla. Dietro
la carta c’è… “The Norton Anthology of English Literature”, 2656 pagine scritte
in caratteri minuscoli. Le ho lette e tradotte, una per una, per la mia “prima
laurea”: l’esame funzionava che aprivano una pagina a caso, dovevi tradurre
quello che ti capitava e dimostrare di averlo letto. Sto provando or ora ad
aprire a caso e mi escono Wordsworth (si può fare); Milton (insomma); Marlowe;
Pope; Tennyson. Se voglio Joyce, Chaucer, Yeats o Beckett li devo andare a
cercare, e con loro trovo anche un segnalibro con un setter che indica l’inizio
del XX secolo. Sembra proprio un secolo fa.

Gli altri libri senza fissa dimora sono di un certo rango e si
sono nascosti nel cellophane, perché se aspettano che io li spolveri… Abbiamo: “Cacciatori
si diventa” (1956); “Addestramento del cane da ferma” (1931) e “Il pointer”
(1974). Gli ultimi due stanno, uno ciascuno, in dei sacchetti per surgelati.

Esauriti i libri, rimangono i alcuni soprammobili sopravvissuti allo sterminio, non amo particolarmente genere.  Un bovaro del bernese in pelouche, proveniente da New York, un mezzo palco di daino, un sasso che riproduce un mio cane e una tavolozza con al centro una grouse, e tutti attorno altri selvatici da piuma tipici della Britannia.

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Quattro passi dentro casa: il divano dell’ Avanella

Disclaimer: il divano dell’Avanella non viene
dall’Avanella. Già questo è un inizio grandioso! Ma, per chi non lo avesse
capito, le mie narrazioni non seguono un filo logico, sono Joyciane. Il flusso,
anzi il “ruscello” di coscienza è molto più fedele alla vita di quanto non lo
siano gli ordini cronologici, né tantomeno il vizio di voler andare da A a B in
linea retta: alla meta ci si arriva anche prendendo la strada panoramica.

Il divano dell’Avanella va contestualizzato nella storia di
questa stanza. La stanza è quella intermedia tra le tre presenti al secondo piano
di un’ordinaria villetta a schiera suburbana. Essa nasce, nei primi, anni ’80
con lo scopo di essere un ufficio dentro casa. In famiglia ci piace essere
postmoderni. Conte, marzo 2020, ha detto che bisogna fare smart working:
mi padre ha iniziato a farlo negli anni ’70. Il suo primo
ufficio-da-lavoro-agile era il tavolo della cucina. Un tavolo della cucina
marrone scuro, il colore lo ricordo bene perché non mi piaceva, affiancato, in
corridoio, da un’altissima libreria nera dove stavano libri, cataloghi e pile
di documenti cartacei. La cosa più speciale era la localizzazione dell’ufficio:
pieno centro storico, all’ombra della cattedrale.

Poi, con la casa nuova, l’ufficio domestico si è conquistato
una stanza intera, quella da dove scrivo ora. Questa volta all’arredamento ci
aveva pensato un architetto e la stanza era stata agghindata con mobili bianchi
e accessori rossi, tutta roba di design. È rimasto tutto così fino a quando il
capofamiglia ha deciso di rinunciare al lavoro da casa spostandosi di nuovo in
centro storico, un ritorno al lavoro impacciato. Io, che ancora frequentavo le
scuole medie, ho ereditato la stanza e parte dell’arredamento, del resto i miei
libri reclamavano scaffali. Nello spazio lasciato vuoto dai pochi mobili
portati via era stato inserito un letto, bianco, anni ’70, l’ex letto di mio
zio (perché qui non si butta mai niente) che sarebbe dovuto servire “per gli
ospiti”. Nessun ospite l’ha mai utilizzato: l’idea era buona, ma… mio padre,
non tutti siamo leggeri in famiglia, ne ha sfondato la rete sedendosi sopra. Se
proprio volessimo dirla tutta, ma non si deve sapere, io, qualche volta,
saltavo in piedi sul letto, ma credo lo facciano tutti i bambini. Ritengo
pertanto che le reti a molle dei letti siano state progettate tenendo conto
anche di questo, declino di conseguenza ogni mia responsabilità.

Dopo questo incidente, la stanza è rimasta senza letto e ho
cercato di viverla alla giapponese: con tappeti, mica tappeti, e persino con un
futon che mi ero portata in aereo dal Giappone. Lo avevo acquistato
candidamente a Kobe e poi caricato in aereo a Osaka, senza pensare che una
ragazza piccola con un pacco enorme, arrotolato nella carta, avrebbe potuto
destare sospetti.  Infatti, così è stato,
un finanziere a Malpensa mi chiese proprio cosa contenesse il pacco. Quando gli
dissi “Un materasso, se vuole glielo apro!”, mi spedì via per evitare
complicazioni.

Ektrop

Nonostante il futon, continuavo a sentire forte e chiara
l’esigenza di un divano vero che doveva essere: economico, comodo, piccolo, perché
la stanza è piccola, e facile da trasportare. Come tanti esseri umani, adoro il
catalogo Ikea, cioè adoravo il cartaceo, che di solito arrivava ogni settembre.
Anzi, qui non arrivava mai, ma riuscivo ad avere sottobanco la copia di mia
nonna, che tanto non ci sarebbe andata lo stesso all’Ikea di Corsico. Mi scuso
con le cugine se ho rubato l’ambito catalogo per anni, a loro insaputa, ma
bisogna pure arrangiarsi.  Il catalogo
Ikea incarna quello che rappresentava il catalogo Postalmaket nella mia
infanzia: in pratica guardi tutto, vorresti comprare tutto, e poi non compri
nulla. O, in alternativa, vai in fissa, guidi fino all’Ikea, perlustri per ore e
poi ti accorgi di non riuscire nemmeno a sollevare dagli scaffali quello che
vorresti caricarti in macchina e portarti in casa.

Quasi uguale a quello dell’Avanella

Tornando a tempi più moderni, essendo a caccia di divani, mi piaceva assai il design dell’Ektrop: molto classico, molto inglese, specie quello bianco a fiori neri. Molto bello, ma troppo caro e troppo grande. La pensavo così fino a quando, all’Avanella, ebbi un colpo di fulmine. Cosa sia l’Avanella lo sapranno al massimo una decina di amici, qualche centinaio di Italiani, e qualche migliaio di stranieri, perché all’Avanella vanno soltanto gli stranieri. I pochi italiani che la conoscono, sono quelli che ci abitano vicini, o sono gli amici della proprietaria, quasi tutta gentaglia che va a caccia e ha cani. L’Avanella può infatti vantarsi di aver ospitato più di un personaggio illustre appartenente a questa fetta di mondo. E sempre l’Avanella  può raccontare di avere avuto, prima tra tanti, un capo guardiacaccia donna, con tanto di laurea in scienze forestali.  L’Avanella è tante cose in una. Chi è curioso può andare su internet e scoprire che l’Avanella è un agriturismo, ma io non la considero tale. L’Avanella è anche una riserva di caccia, per l’esattezza un’azienda faunistico venatoria, ma anche qui siamo un po’ sui generis. Agriturismo? Il complesso di strutture dell’Avanella: villa, fienile e villini (le scuole) ricorda tutt’al più in villaggio. Negli agriturismi di solito si mangia, all’Avanella no: puoi dormire, tuffarti in piscina, o lavare i panni sporchi in mezzo agli altri. Se vuoi mangiare devi andare a Certaldo, o a San Gimignano, oppure passare alla HOOPPEE (il toscano per COOP) e poi accendere il fornello. La caccia all’Avanella è un lusso solo per pochi: Francesca & gli amici. I fortunati posso cacciare il cinghiale, il capriolo, i colombacci e i fagiani, ma non luglio quando all’Avanella ci sono finita io.

A luglio all’Avanella fa solo caldo: questo mi ha portato a
conoscere molto bene i suoi interni. Francesca mi aveva collocato nel fienile,
al piano terra del fienile, il territorio riservato alla famiglia e agli amici.
La struttura originale del fienile era stata conservata: il piano terra era
quindi piuttosto buio, lungo e stretto e suddiviso in due parti. La stanza da
letto, con il bagno, ne occupavano un terzo; gli altri due terzi erano un
lunghissimo spazio aperto al centro del quale spiccava un divano Ektrop, bianco
e a tre posti.

Che all’Avanella si cominciasse presto, lo intuii sin dalla
prima mattina, dalle ombre e dai rumori uditi nel dormiveglia. I rumori sconosciuti
erano stati provocati da Francesca che, in orario antelucano, aveva depositato
una brioche con la panna nell’angolo cucina. Nelle mattine successive, il mio
sonno fu disturbato presenze meno nobili: un bambino, credo russo, che ritenevo
risiedere al piano alto del fienile, correva e urlava sin dalle prime luci
dell’alba. Francesca, a dieci anni di distanza, continua a dire che non c’era
nessun bambino russo al secondo piano, io seguito a credere che abbia fatto
confusione sul registro delle presenze. All’Avanella, non solo si comincia
presto, ma tra cene, escursioni e grigliate si finisce tardi. Poi, di notte i
cinghiali bussano alla porta, così giorno si collaudano i divani. Fu così che
scattò l’amore tra me il divano Ektrop.

Era amore sì, ma non abbastanza forte per farmi decidere a
comprarne un gemello, costava troppo ed era troppo grande. Un paio di mesi dopo
aver abbandonato il mio divano toscano preferito, venni a sapere che il mio
amico P. sarebbe andato all’Ikea per comprare le forchette. La P puntata è per
tutelare la privacy del malcapitato a cui mi sono appiccicata, per aver modo di
trasportare fino a casa un divano di Ikea. Lo sventurato, infatti, era munito
di auto simil-furgonata che aveva sufficiente spazio per trasportare un divano
piccolo, almeno in teoria. Così siglammo un patto: “Io ti porto all’Ikea, ma ci
stiamo al massimo 10 minuti.” Sembra incredibile, ma abbiamo davvero sfidato e
vinto l’Ikea esplorandola in 10 minuti. Era andato tutto alla grande, fino a
quando i miei occhi hanno incrociato il profilo spaurito di un Ektrop a due
posti.  Era proprio quello bianco, con in
fiori neri. Il povero divano era stato abbandonato nell’angolo delle occasioni
perché ferito a bordo zampa, un’infermità minore, ma che ne riduceva
sostanzialmente il prezzo, facendolo rientrare nel mio budget. Ci siamo
guardati e ho capito che non potevo lasciarlo lì. Cioè, non l’ho capito proprio
subito, ho tentennato per altri dieci minuti che mi sono costati una punizione.
L’ho dovuto caricare sul carrello (da me) e poi spingere suddetto carrello, con
il divano sopra, fino alla cassa, tra l’ilarità e l’ammirazione degli astanti.

L’avventura è proseguita nel parcheggio quando abbiamo scoperto che un pezzo di divano, in qualsiasi modo lo girassimo, sarebbe rimasto fuori dall’auto. Peggio di una carretta del mare, ma un elastico, un portellone legato alla meglio, una targa dell’Uzbekistan, quest’ultima in senso figurato, ci hanno fatto passare la paura. Il mio Ektrop è qui, sotto alle cornici blu, in perenne memoria del “divano dell’Avanella”.

Se ti è piaciuto, trovi il pezzo precedente qui e il successivo qui.




Quattro passi dentro casa: le cornici blu

Le cornici blu, come è giusto che sia, guardano dall’alto al
basso il telo cinese. Sono arrivate prima di lui, molto, molto prima. Ridendo e
scherzando, credo se ne stiano attaccate al muro da almeno una quindicina
d’anni. Sempre nella stessa posizione e sempre sopra la stessa pittura color
malva che mi ha reso inconfondibile tra i commessi del colorificio locale. Che
ci vada di persona, o che mandi l’imbianchino, il contenuto della latta non
deve essere rosa, ma non deve nemmeno essere viola. Guai a virare verso il
color lavanda, è troppo freddo, dobbiamo stare il quanto più vicini possibile
al color malva. Che poi è quasi sinonimo del color erica in fiore: dipende
dalla luce, tante cose dipendono dalla luce. 
A proposito di colori freddi, non credo si vedrà mai una parete gialla
in questa casa, il color malva si abbia perfettamente al blu delle cornici. È
un blu che è tanti blu insieme: distalmente, così diciamo in anatomia, troviamo
un blu abisso, muovendoci verso l’interno, invece, abbiamo un azzurro chiaro
caraibico, commercialmente noto anche come “Bahamas Blue”. Le sfumature sono
interrotte da venature bianco azzurro. Descritte così, le mie cornici potrebbero
sembrare la seconda cinesata nel raggio di pochi centimetri: niente di più
falso, nell’insieme, l’effetto complessivo è piacevole.

Non posso dirvi dove le ho comprate, non perché debba
rimanere un segreto, semplicemente non me lo ricordo: ricordo di averle
comprate io, di questo ne conservo la certezza, ma ho dei buchi nella memria
simili a quelli di un gruviera. Credo provengano da una specie di brico locale,
uno di quelli che da un anno all’altro cambiano nome e proprietà, con
l’assortimento che, tuttavia, rimane all’incirca lo stesso. Però, potrebbero
anche provenire dal brico supremo, quello che sta a una ventina di chilometri
da qui e che non nomino perché mi mette troppa soggezione: è troppo lontano per
pensare di andarci. Ho visto gente rimettere a nuovo la casa durante queste
giornate di quarantena. C’è una casetta bianca, qualunque, lungo il tratto in
cui passeggio con i cani. In meno di un mese la sua recinzione è diventata più
nera, le sue persiane più verdi, e i suoi muri più bianchi. Se non si può
uscire di casa, da dove saranno arrivate tutta quella pittura e tutti quei
pennelli?

Comunque, tornando alle cornici blu, costoro sono un numero
di cinque, non ricordo esattamente il perché. Tre alloggiano stampe di
fotografie dell’inizio del secolo scorso , due invece delle copie di fotografie
in bianco e nero scattate negli anni ’70. 
C’è però un incredibile trait d’union, tutte le immagini portano
dei setter inglesi. Prima di parlarvi delle immagini, devo parlarvi dei passpartout,
perché hanno una storia tutta loro. A comprare una cornice pronta ed infilarci
dentro una foto siamo capaci tutti, ci costa anche molto meno che far fare una
cornice su misura, il problema arriva quando gli abbinate ciò che dovrebbe contenere.
Le anime semplici si accontentano di far combaciare i bordi dell’immagine con
quelli della cornice: la gradevolezza del risultato lascia però molto a
desiderare.  Tutti abbiamo almeno
un’immagine imprigionata in questa maniera, ma… ecco vi lascio i puntini di
sospensione, così potete decidere come pensarla.

La soluzione preferita da
pignoli-perfezionisti-ossessivi-compulsivi? Il passepartout della giusta
tonalità e della giusta misura. Ora che ci penso, perché il beige del
passpartout centrale è più crema degli altri, che danno invece sul corda? Chi
lo sa, ho impattato con l’ennesimo buco del gruviera. Nell’anno di nascita
delle cornici blu non esistevano ancora i tutorial su Youtube, però avrei
potuto aggrapparmi ai ricordi delle lezioni di educazione tecnica delle scuole
medie. Ci ho pensato, ma non ci ho neanche provato: è inutile cercare di fare
il salto dalla teoria alla pratica, se sai già che quanto allungherai la gamba
cadrai prima di toccare l’altra sponda.

Ready for the Call

Se esistesse una classifica del senso pratico, il mio sarebbe sotto lo zero. Con la manualità va un po’ meglio, ma sostanzialmente io sono quella che ha le idee, mi aspetto che siano gli altri a realizzarle. Le mie idee, ovviamente, sono ottime, solo difficili da mettere in pratica. È per questo che i commessi dei brico, i fabbri, gli imbianchini, i falegnami, insomma gli artigiani in genere, preferiscono non avermi come committente.  Ricorrono a mille astuzie per non farsi trovare, ma nulla possono contro la mia determinazione. Mi evitano perché sanno di non poter essere scortesi: negli anni, infatti, ho elaborato un sistema di rottura di scatole raffinato ed efficace, nonché a prova di insulto. Perché se io rompo, usuro, consumo, trito….  ma in fondo sono educata e gentile, anche se vorrebbero tanto mandarmi a quel paese non ho fornito loro le munizioni per poterlo fare.  In fondo sono persino buona: consapevole della mia totale assenza di senso pratico, affermo spesso che il mio coinquilino ideale sarebbe un caporeparto del Leroy Merlin.

Comunque, quando venne l’ora dei passepartout, la vittima
designata fu un anziano corniciao locale.  Con poco entusiasmo, li realizzò, facendomeli
pagare a caro prezzo e poi narrò la vicenda al figlio che ereditò, insieme
all’attività, anche un atteggiamento sospetto nei miei confronti.

Ma arriviamo finalmente a raccontare cosa contengono le
cornici blu, partendo da quella più a sinistra. La prima cornice, vicino alla
finestra e a nord del televisore, contiene una delle due foto anni ’70. Una
setterina che sorveglia un cucciolo di circa tre settimane: l’età l’ho stimata
io.

Con la seconda cornice abbiamo invece la prima foto di William Reid, un fotografo scozzese che risulta essere stato attivo tra il 1910 e il 1931. La “foto” è in realtà una pagina stampata proveniente da una qualche pubblicazione d’epoca. No Holt’s, no Christie’s: l’ho comprata su Ebay. Ora, io capisco il nazionalismo scozzese, capisco la sentita ricerca di identità da parte di questo popolo ma, intitolare l’immagine “Ready for the Call”, azzardatamente sottotitolata “A pack of Scottish Deerhounds on the Hills of the Vicinity of Edinburgh” (un branco di deerhound scozzesi sulle colline nei pressi di Edinburgo), mi pare un po’ tirato. Avete presente che cos’è un deerhound? Se non lo sapete ve lo spiego io: i deerhound sono dei levrieri specializzati nella caccia al cervo. La traduzione letterale del loro nome è segugi da cervo. Sono alti, molto alti sugli arti, smilzi, grigiastri e hanno un mantello duro, arruffato che spara in ogni direzione. Siccome so che è scortese paragonarli allo scopettone del wc, dirò che assomigliano a quelle spazzole irsute e avvitate che si usano per lavare l’interno delle bottiglie. Tolto il paragone politicamente scorretto, a me piacciono persino ma… non hanno nulla a vedere con le bestiole che appaiono nella foto. Abbiamo invece otto, forse nove – c’è una testolina che spunta dietro – cani. Di questi, quattro sono setter inglesi, tre sono pointer inglesi e uno sembra essere un cocker, per non sbagliare chiamiamolo semplicemente spaniel. I cani sono più o meno accovacciati e fermi, a dimostrazione che la steadiness (capacità di restare immobili), non è stata scoperta di recente dagli addestratori scozzesi. Dietro sembra vedersi un lago, più in là la sagoma dei moor.

We are Seven

Un lago fa da sfondo anche nell’immagine contenuta nella
cornice centrale, “A Young Game Keeper and His Nine Assistants, Aberfoyle
Scoltand”
(un giovane guardiacaccia e i suoi nove aiutanti, Aberfoyle,
Scotland). Nove cani, anche qui, che scrutano l’orizzonte immobili in compagnia
di un guardiacaccia che indossa il tweed della riserva, come accade tutt’ora.
Bravo William! Good boy! Stavolta hai azzeccato il titolo.

In quarta posizione abbiamo “We are Seven” (siamo
sette), il cui sottotitolo è “A Scotch Lassie and her half dozen setter
puppies”
. Lassie vuol dire ragazza, non vuol dire Lassie come lo intendiamo
noi. La razza “Lassie” non esiste, il cane a cui è stato dato quel nome, era un
cane da pastore di razza collie. Se siete arrivati fino a qui, e vi siete
persi, ci riprovo: quel cane protagonista di tanti film, era un collie di nome
“Lassie”, ovvero un cane da pastore di nome “Ragazza”. Se questo vi sembra
contorto, a me fa molto francese il contare i cani in mezze dozzine, sapete
come si dice 96 in francese vero? I cuccioli sono sei, con loro c’è una
ragazza, caso, o coincidenza, mi sento tanto io quando zampettavo per il
giardino urlando “Cagnoliniiiiiiii!”, “Cuccioliii” alla mia mezza dozzina.

La quinta cornice è sul confine con la libreria, cioè con una delle librerie, torniamo negli anni ’70, con una setter pensierosa, la stessa che fu mamma nella cornice iniziale. E il cerchio si chiude.

Se ti è piaciuto trovi il pezzo precedente qui e il successivo qui.




Quattro passi dentro casa: la cinesata suprema

Disclaimer: questa volta non si tratta di un articolo cinofilo, né venatorio (sebbene un articolo con questo tema sia in preparazione), quello che state per leggere è un esercizio di scrittura “terapeutica” da quarantena. Del resto c’è chi si rilassa cucinando e chi scrivendo.

What if… Scrivessi il bestseller del secolo? Il secolo è appena iniziato e scrivere un libro che vendesse bene sempre stato il mio Piano B. Anzi no, il Piano C, il Piano B è meglio che lo conoscano solo in pochi: manca ancora la materia prima per pensare di realizzarlo, ma non posso svelarlo, comporterebbe il rischio che salti.

Sono le 18.00, diciotto punto zero-zero, sei zero zero p.m.,
in questo momento mi sfugge come leggano le ore nei Marines.  Mi appena risvegliata da un torpore profondissimo,
il che significa che non sono ancora davvero sveglia.  Non c’è né come il non dormire la notte,
dovrei saperlo: del resto non ho mai dormito. 
Ho passato la mia infanzia attaccata alle tazze di tè: a 3 anni sapevo già
distinguere un British Breakfast da un Earl Gray, al primo sorso.  Oggi per far ripartire il motore al minimo
dei giri, è servita una moka doppia di caffè ecobio-solidale non so cosa, ha
una confezione color juta. A seguire, una tazza di, mi pare che si chiami,
English Rose della Whittard. Whittard of Chelsea, la Londra bene, un tè
pannoso, una tazza di tè non potrebbe essere pannosa, ma questa lo è. Vi scrivo
standomene affondata nel divano con il computer sulle ginocchia. Sotto al
computer un supporto fucsia, anzi no, chiamiamolo con suo vero colore “rosa
shocking”. È non è nemmeno tanto trash, passatemi il secondo anglismo. Il
problema è un altro: a causa della globalizzazione, che ci ha messo in questo
disastro, migliaia di persone ne hanno uno identico al mio: li produce Ikea,
non potrebbe che essere altrimenti.

La cosa più spazzaturosa che mi circondi, tuttavia, sta un
paio di piani al disotto del supportino color lampone: sotto al mio sedere e
sotto ai cinesissimi jeans di seconda mano, se non ricordo male. Parlo della
trapunta che mi è stata regalata. Nell’intenzione di chi l’ha acquistata,
doveva trattarsi di un oggetto patchwork fatto a mano e a tema setter ma, non
appena è arrivato il pacco, ci si è subito accorti che la realtà superava di
gran lunga la fantasia. Davanti a me c’era l’equivalente di un copri asse da
stiro o, se preferite, di un sinteticissimo copri materasso. Nessuna traccia
delle pezze da patchwork,  abbiamo invece
un tessuto unico e scintillante, ovvero predestinato all’autocombustione. Su di
esso sono stati stampati, per giunta rozzamente, immagini di setter inglesi.  Ci sono persino le sbavature…

C’è sopra un po’ di tutto, ma confesso che il motivo per cui l’ho accettata come regalo di compleanno è stata l’immagine centrale: una, per me è una lei, setter identica a Tinkie, la mia ex-cucciola preferita. Non è ancora il momento giusto per raccontarvi di Tinkie, strepitoso esempio di resilenza, vi basti sapere che questo telo radioattivo è arrivato anche a causa sua: qualcuno certe colpe deve pur prendersele! Generalmente parca, in questo caso avevo deciso di abbondare, scegliendo la versione matrimoniale del telo, in modo da poterlo usare per il mio divano personale. Non immaginavo che, una volta aperto il pacco, le dimensioni avrebbero raddoppiato un vigoroso attacco di risate. Sì, perché di fronte a un tale monumento al kitsch, puzzolente come il catrame appena steso, non si poteva fare altro che riderci sopra: impossibile buttarlo nel camino, visto che non ce l’ho. Tra l’altro, essendo il mio compleanno a fine maggio, ed essendo il telo arrivato con tempistiche caraibiche, più che cinesi, la sua sinteticità non ne permetteva un pronto utilizzo in un ordinario luglio da Pianura Padana. La sorte, tuttavia, dopo l’inganno, era tornata a sorridermi: a breve sarei partita per il nord dell’Inghilterra e il sinteticone, lassù, avrebbe avuto vita più facile.

Let’s go together: io, Briony detta “la tigre”, Tigerlily detta “la foca”, la zia Chiara (la zia della foca) e il telo delle meraviglie. L’intenzione era quella di usarlo per salvaguardare il divano dai cani: con nostra sorpresa, abbiamo trovato ben due divani e una casa intonsa, una figlia naturale di Elle Decor. I suoi genitori adottivi, quelli della casa intendo, si sono subito mostrati molto apprensivi, qualcosa di inquietante considerando, la concomitante presenza della “Lillina”, una setterina che, a dispetto del nome floreale, andava comportandosi come la figlia del demonio. È così è iniziato il balletto del metti il telo – togli il telo; del metti il tappeto – togli il tappeto. Ogni giorno coprivamo il divano piccolo con ceste e tavolini; il divano grande lo coprivamo con la cinesata. I tappeti, invece, acquistati con grande affanno, venivano ritmicamente stesi, e poi arrotolati, a tutela della moquette, grigio polvere chiaro, che dava dritta su un giardino annaffiato a giorni alterni da tempeste oceaniche. In questa lotta senza tregua al fango e al danno, temevamo, probabilmente non a torto, di essere spiate dai veri proprietari della casa:  a ogni uscita smantellavano l’accampamento, per poi ripristinarlo al rientro. 

Poi vennero la traversata della Manica, il Passo del Gottardo e i tempi surreali del COVID-19, fu così che il copriletto acrylic-setteroso si sentì finalmente a casa, in mezzo alle risaie del nord Italia.

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