La caccia, gli allevamenti intensivi e la tolleranza

di Giulia Del Buono

Stamani durante l’ora d’aria in campagna, io e Olena abbiamo avuto l’immensa sfiga di imbatterci in un’altro caso umano tipo quello che qualche giorno fa avevo incontrato con Porzia e me ne aveva dette di tutti i colori perché, a domanda, avevo risposto che quella cucciola di bracco italiano, un giorno sarebbe andata a caccia.

Un’ora fa, altra pseudo-animalista, con cani liberi in zona di ripopolamento, stessa pantomima, stessa faccia schifata a diapositiva della sentenza “la caccia, che brutta cosa”.

Allora ci tenevo a dire una cosa: avete rotto.

Che uno non sia libero di accompagnarsi ad un cane da caccia, di praticare un’attività regolamentata con l’ausilio di un esemplare di una razza creata e selezionata all’uopo senza doversene vergognare pur di non scatenare polemiche e discussioni alle 8 del mattino, è una roba che nel 2020 non si può tollerare.

Soprattutto nella realtà come quella in cui mi ritrovo. Perché io sono cresciuta in centro storico a Pisa, so un cazzo della vita di campagna, ma qui siamo a Reggio Emilia – e nemmeno in città, ai confini con l’arato e l’erba medica – dove ogni 100 metri c’è una stalla in cui da sempre, nonostante i km di nulla cosmico, si allevano animali dentro a dei capannoni dal giorno in cui nascono a quello in cui muoiono, perché producano latte, diventino salami o finiscano a tocchi sugli scaffali dei supermercati.

Dopo una vita vissuta come?

Ma c’è davvero qualcuno che preferirebbe vivere la vita in una gabbia a ingrassare con una data di scadenza, piuttosto che avere la chance di compiere il suo ciclo vitale nel proprio habitat e giocarsi la sua partita con la vita avendo goduto fino all’ultimo di libertà e dignità?

La caccia si può non praticare e non condividere, ma bisogna smettere di giudicarla dimenticando la realtà che ci circonda e dando per scontato che chiunque la pratichi senza etica, senza morale, senza rispetto per la natura e per gli animali.

Perché altrimenti dobbiamo parlare anche di quelli che tutti i giorni portano i cani a correre in campagna e pur non avendoli minimamente educati al richiamo, li sguinzagliano strafregandosene dei danni che possono arrecare all’ambiente e alla selvaggina e di cui noi, col cane da caccia, invece siamo ben consapevoli.

Ma la caccia, è una brutta cosa.

L’alternativa invece è una figata.

L’ottusità, ancora meglio.




Caccia al cane… da caccia

Riflessioni di mezza stagione… di caccia. Nel Medievo si
cacciavano le streghe, in questo momento storico tanti, troppi, cacciatori,
danno la caccia al loro cane, sia in senso letterale (si insegue il cane da
caccia che scappa), sia in senso figurato, trasformando il cane nel capro
espiatorio preferito.

Se il cane scappa è colpa del cane; se il cane non riporta è
colpa del cane; se il cane… qualsiasi cosa accada è colpa del cane, senza se e
senza ma, senza un minimo di senso critico, né di introspezione.

Quando un cane sbaglia, ammesso che sbagli, chi si chiede
mai se la creatura stata messa in condizione di agire correttamente? Prendiamo
il cane che “non riporta”: gli è stato mai insegnato a riportare? E i cane che “scappa”:
questo cane ha davvero una relazione col proprietario tale da fargli ritenere di
dover essere “collegato”?

Vogliamo poi parlare della paura dello sparo? Come è stato
cresciuto il cane? È stato socializzato? Come è stato introdotto lo sparo? Se
gli avete sparato sei fucilate di fila sulla testa, senza la minima
introduzione ai rumori e alla finalità di tanto rumore, forse il cane tutti i
torti non li ha!

Potrei continuare ad elencare altri presunti errori e reinterpretarli dal punto di vista del cane, ma questo allungherebbe l’articolo, senza arricchirlo, e portandomi lontano dal punto chiave, che è un altro.

Se andiamo a caccia, parlo di quelle cacce che si praticano con il cane, ci andiamo con il cane, ma ci andiamo soprattutto GRAZIE al cane. Per carità, ho conosciuto cacciatori talmente abili da poter quasi fare a meno del cane, ma li vorrei proprio vedere buttarsi nelle acque gelide del Grande Fiume per recuperare un’anatra, per esempio. Ma, comunque che senso ha fare le cose che vanno fatte con il cane… senza cane? Una per tutte? La beccaccia alla posta! Come scrivo spesso la caccia, dal punto di vista dell’approvvigionamento alimentare non ha più ragion d’essere, quindi… Perché si va a caccia?

Per qualcuno è uno stile di vita, per altri una forma d’arte, per altri ancora una sorta di hobby. Non intendo qui mettermi a disquisire sulla liceità etica della caccia, ma mi preme invece portare l’attenzione sul fatto che, oggi, la caccia con il cane debba intendersi come una collaborazione tra uomo e cane, nonché, se possibile, come una raffinata espressione di un gesto atletico.

Sono un tipo preciso e vorrei vedere, anche a caccia, richiami efficienti, fermi al frullo, riporti impeccabili e, magari, come i tanti esteti che popolano la cinofilia italiana, anche un bel galoppo ma… senza arrivare a pretendere la perfezione, sarebbe sufficiente vedere cane e padrone lavorare insieme, con un cane messo in condizione, ovvero preparato ed addestrato, a eseguire le richieste del padrone.

Invece cosa vedo? Vedo per lo più padroni che si “arrabbiano” con cani che non sanno nemmeno di aver sbagliato, né hanno la minima idea di come si dovrebbero comportare per fare felici il padrone. Si dà contro al cane senza provare a pensare “da cane” e senza cercare di vedere il cane per quello che è.

Il cane è A) un semplice strumento di caccia o, nel caso della caccia cinofila, è B) esso stesso la caccia? Ciascuno provi a rispondere come meglio crede. Essendo arrivata alla caccia attraverso il cane, rispondo B, il che mi porta inevitabilmente a vedere il cane, e le cose attorno al cane, in un certo modo.

Questa mia personalissima visione mi spinge a chiedermi, come mai una buona fetta di cacciatori continui a trattare, consciamente, ma anche inconsciamente, il cane come uno strumento di caccia e non come quella risorsa fondamentale che permette alla caccia (con il cane) di esistere. Vedo cani alimentati con mangimi di scarsa qualità, perché costano poco; cani che, nel 2019, vivono ancora in “serragli”, fatti con avanzi di materiali edili arrugginiti; cani che hanno il mantello talmente infeltrito, da ferirsi con le semenze annodate nel pelo; cani derisi e buttati via senza motivo, se non la sfortuna di essere capitati nel serraglio sbagliato.

E boh… di certo il cane non va idolatrato, bambinizzato e dementizzato, come sbagliano fare tanti proprietari di cani da compagnia, ma la categoria “cacciatori”, che ha ancora l’incommensurabile fortuna di poter far svolgere ai propri cani i lavori per cui sono nati, un po’ di gratitudine e devozione, nei confronti di cani che si mettono al loro totale servizio, dovrebbe imparare a mostrarla.




La prestazione del cane da lavoro e il rapporto con il conduttore

Lefebvre et al. (2007) hanno studiato gli effetti della relazione tra cane e conduttore sulle prestazioni e sul benessere del soggetto. Per fare ciò hanno analizzato 303 questionari compilati da conduttori di cani dell’esercito belga, i cani erano in maggioranza pastori belgi malinois.  Lo scopo principale del lavoro era determinare quanti conduttori dedicassero più tempo ed energia al proprio cane, portandoselo a casa (anziché lasciarlo nel canile della caserma) e/o praticando con sport ed attività cinofile indipendenti dalla vita militare (Lefebvre et al., 2007). Lo scopo secondario era individuare una relazione tra il maggior investimento sul cane (relazione e tempo trascorso insieme) e l’obbedienza, l’aggressività e il benessere (Lefebvre et al., 2007).  I cani che vivevano in caserma, nelle pause tra i turni di lavoro, venivano alloggiati singolarmente in canile; i cani portati a casa a fine turno facevano  vita libera con la famiglia del conduttore (Lefebvre et al., 2007).   I questionari consegnati ai conduttori erano composti da 34 semplici domande  che riguardavano la relazione tra il cane e il conduttore e  la percezione che i conduttori avevano del comportamento e della personalità dei loro cani (Lefebvre et al., 2007). Tra le domande venivano chieste l’anzianità di servizio del conduttore, il sesso del cane, il sospetto se il cane fosse stato maltrattato  o meno prima di essere arruolato nell’esercito e il tipo di relazione che si aveva con il cane (Lefebvre et al., 2007).  Veniva poi chiesto che attività si praticavano con il cane nel tempo libero e dove viveva il cane che era portato a casa (in casa, in giardino, in un box ,eccetera).  Molto importanti erano infine le domande sul comportamento del cane. Veniva chiesto se era socievole, se mostrava comportamenti aggressivi, se era obbediente e se aveva una personalità “equilibrata”, “aggressiva” o “timorosa” (Lefebvre et al., 2007). Infine, veniva indagata la presenza di anomalie comportamentali come il leccarsi le zampe, il distruggere oggetti, la presenza di diarrea, l’ululare, il camminare incessantemente, l’abbaiare o dare la caccia alla propria coda. Questi comportamenti dovevano essere osservati quando il cane stava nel box (Lefebvre et al., 2007).

143 conduttori (47.19%) portavano a casa il cane , o praticavano sport con lui; 49 conduttori (16.17%) lo portavano a casa e praticavano a sport con lui; 121 (39.93%) portavano a casa il cane. Queste scelte avevano più motivazioni:  il 95.87% dei 121 conduttori che portava a casa il cane lo faceva per il suo benessere, mentre  l’89.26%  lo faceva per il rapporto che aveva con il cane (Lefebvre et al., 2007). Pochi conduttori lo facevano “perché era facile” (15.7%) e ancora meno al fine di ricevere l’indennità mensile di 75 euro (5.79%) (Lefebvre et al., 2007).  71 conduttori (23.43%) praticavano sport con il cane: il 54.93%  attacco e difesa  e  il 43.66% ubbidienza. Altre discipline praticate erano jogging (22.54%), biathlon (16.90%), mondioring (11.27%), agility (8.45%) e/o  R.C.I. (5.63%) (Lefebvre et al., 2007).  Le motivazioni, nonché le successive scelte effettuate da chi portava a casa il cane, sembrano indicare un legame più profondo con l’animale. Già Podberscek e Serpell (1997) che avevano notato che coloro che passavano molto tempo in compagnia del cane, prendendosene cura, stabilivano con lui un legame più profondo.

Per quanto riguarda il comportamento del cane, è stata valutata l’obbedienza tramite  la prontezza di esecuzione del comando “lascia”: 178 cani, ovvero il 58.75%, richiedevano al massimo tre ripetizioni del comando prima di lasciare, mentre 116 cani, ovvero il 38.28%, lasciavano dopo tre ripetizioni del comando o, addirittura, andavano separati  fisicamente dal figurante.  La percentuale dei cani ubbidienti era più alta tra quelli che venivano portati a casa (il 72.73% dei cani portati a casa ubbidiva entro tre ripetizioni del comando rispetto al 49.45% dei cani che vivevano in caserma) e tra quelli che praticavano sport (il 73.24% di quelli che praticavano sport contro il 54.11% di quelli che non lo praticavano) (Lefebvre et al., 2007).

Gli autori non hanno trovato  alcuna correlazione tra l’anzianità di servizio del conduttore (e quindi la presunta esperienza cinofila) e l’ubbidienza, né legami tra presunti maltrattamenti subiti dai cani prima dell’arruolamento e livello di ubbidienza (Lefebvre et al., 2007).

Non è dato sapere con certezza se i cani più ubbidienti fossero stati portati a casa in virtù di questa caratteristica, o se l’ubbidienza sia stata migliorata dal maggior tempo trascorso insieme e dal praticare sport (Lefebvre et al.2007). La seconda ipotesi, tuttavia, sembra più probabile: Clark e Boyer (1993), infatti, hanno rilevato che l’ubbidienza aumentava se cane e proprietario passano più tempo insieme e se  la relazione tra i due migliora.  Anche Podberscek  e Serpell (1997) e Kobelt et al. (2003) sono giunti a conclusioni simili, riscontrando un miglioramento dell’obbedienza e una riduzione dell’aggressività nei cani molto legati ai proprietari.

Il nesso tra aggressività e disobbedienza non è stato stabilito in maniera netta, ma Lefebvre et al. (2007) ipotizzano che, a monte, ci possano essere stati dei maltrattamenti.  Essi, pur ritenendo necessari ulteriori approfondimenti, partono dal presupposto che una situazione di disagio vissuta dal cane possa trasformarsi in paura o aggressività. I maltrattamenti potrebbero quindi, per lo meno, nel caso di cani aggressivi, ridurre l’obbedienza del cane (Lefebvre et al., 2007). Del resto, altri studi hanno dimostrato che un addestramento basato su punizioni può compromettere il benessere del cane senza migliorarne l’ubbidienza (Hiby et al.2004; Schilder e Van der Borg, 2004).

Il  25.74% dei conduttori ha ammesso che  il proprio cane ha morso almeno una persona.  Il 19.83% dei cani portati a casa ha morso qualcuno, contro il 29.67% dei cani lasciati in canile Tra i cani che praticavano sport, il 19.72% ha morso e tra i cani che non praticavano sport il  27.71% (Lefebvre et al.,2007).

I conduttori potevano descrivere il cane come “equilibrato”, “timoroso” o “aggressivo”, scegliendo anche più di una di queste definizioni. La maggior parte dei conduttori (84.49%) ha definito il proprio cane “equilibrato”; l’11.22% “aggressivo” e l’8.58% “timoroso”. Non sono emerse correlazioni tra presunti maltrattamenti, equilibrio e aggressività,  ma si è sospettato che il 58.82% dei “timorosi” fosse stato maltrattato.  Per quanto riguarda l’obbedienza, il  59.55% degli equilibrati e il 42.31% dei paurosi erano ubbidienti, mentre il 79.41% degli aggressivi non lo era.  La personalità del cane non è parsa avere alcun legame con il tipo di alloggio (casa del conduttore o caserma) né con la pratica di sport (Lefebvre et al., 2007).

Per quanto riguarda la socievolezza, il 67.99%  dei cani era ritenuta  essere socievole, il 24.2% poco socievole. Il 2.31% dei cani venivano invece descritti come più o meno socievoli a seconda del contesto.  Il 77.69% dei cani portati a casa era ritenuto socievole, mentre tra quelli che rimanevano in caserma la percentuale scendeva al 61.54%. I cani socievoli erano anche più ubbidienti : il  63.59% dei cani socievoli era ubbidiente mentre lo era solo il 51.35% di quelli considerati poco socievoli.  Il 63.64% dei cani portati a casa accettava di essere accarezzato da estranei, per i cani lasciati in canile la percentuale scendeva al 49.45%.  I cani che accettavano di essere  accarezzati da estranei erano anche più ubbidienti rispetto ai restanti soggetti: 61.68% contro 52.04%. La percentuale di conduttori che poteva avvicinarsi al cane, toccare il cane, o portare via la ciotola mentre il cane mangiava era più alta tra coloro che portavano il cane a casa: il 96.69% si poteva avvicinare; il 92.56% poteva toccare il cane e l’ 80.17% rimuovere la ciotola (le percentuali per i cani lasciati in canile diventavano rispettivamente  89.56% , 84.07% e 62.09%) (Levebre et al., 2007).  In definitiva, i cani che vivevano a casa erano più socievoli, ma non si sa se siano stati portati a casa in virtù di questa caratteristica o se è stato lo stile di vita,  caratterizzato da una maggiore interazione con gli esseri umani,  a migliorare questa caratteristica, i ricercatori sembrano credere maggiormente in questa seconda ipotesi (Levebre et al., 2007). Non è emersa invece alcuna correlazione tra la pratica di uno sport e la socievolezza, ma gli autori sottolineano che questo potrebbe dipendere dal tipo di disciplina praticata, nella più parte dei casi si trattava di discipline di attacco e difesa (Lefebvre et al., 2007).

Tra i comportamenti inappropriati in canile, ritenuti indicatori di scarso benessere,  i più frequenti sono stati: camminare avanti e indietro  (22.11%),  abbaiare (14.19%) e distruggere (11.55%). La percentuale dei comportamenti inappropriati cambiava a seconda dello stile di vita interessando il  7.14%  dei cani che vivevano con i conduttori e l’ 11.07% di quelli che rimanevano in caserma.  Il praticare sport si è rivelato molto importante: solo  l’1.98% dei conduttori di cani che praticavano sport aveva notato questi comportamenti (Lefebvre et al., 2007).  Vivere a casa con il conduttore e praticare sport hanno ridotto la presenza di  questi comportamenti, studi simili, che vedevano protagonisti cani da compagnia, hanno individuato dei fattori che potrebbero aver portato a questi risultati. Kobelt et al. (2003) hanno scoperto, per esempio, che il tempo trascorso con il proprietario si correlava negativamente con anomalie comportamentali e Jagoe e Serpell (1996) hanno dimostrato che l’interazione con il cane e l’esercizio fisico riducevano l’aggressività.

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Bibliografia:

Clark G.I e Boyer W.N. (1993). The effects of dog obedience training and behavioural counselling upon the human–canine relationship. Applied Animal Behaviour Science, 37: 147–159.

Hiby E.F., Rooney N.J., Bradshaw J.W.S. (2004). Dog training methods: their use, effectiveness and interaction with behaviour and welfare. Animal Welfare, 13: 63-69.

Jagoe A., Serpell J. (1996). Owner characteristics and interactions and the prevalence of canine behaviour problems. Applied Animal Behaviour Science,  47: 31–42.

Kobelt A.J., Hemsworth P.H., Barnett J.L., Coleman G.J. (2003). A survey of dog ownership in suburban Australia – conditions and behaviour problems. Applied Animal Behaviour Science, 82: 137–148.

Lefebvre D., Diederich C., Delcourta M.,  Giffroy J.M. ( 2007). The quality of the relation between handler and military dogs influences efficiency and welfare of dogs. Applied Animal Behaviour Science 104 (1–2): 49–60.

Podberscek A.L., Serpell J.A. (1997). Environmental influences on the expression of aggressive behaviour in English Cocker Spaniels. Applied Animal Behaviour Science, 52: 215–227.

Schilder M.B.H. e Van der Borg J.A.M. (2004). Training dogs with help of the shock collar: short and long term behavioural effects. Applied Animal Behaviour Science, 85: 319–334.




Il periodo giovanile e lo sviluppo di paure

Il Periodo Giovanile viene fatto iniziare a 12 settimane (presunto termine del Periodo di Socializzazione) e fatto terminare a 6 mesi o, tenendo conto della velocità di maturazione propria di ciascuna razza, al raggiungimento della maturità sessuale (Serpell et al., 2017). Gli effetti di ciò che accade in questa fase sulla futura personalità del cane sono stati studiati relativamente poco (Serpell et al., 2017), ma alcuni lavori presenti in letteratura (Dehasse, 1994; Foyer et al., 2014; Serpell e Duffy, 2016) parrebbero confermare che le esperienze vissute nell’arco del Periodo Giovanile possano influenzare in maniera duratura quello che sarà il comportamento di un soggetto. Fox (1971 e 1978), Woolpy e Ginsburg (1967) e Woolpy (1969) hanno altresì rilevato che i cuccioli, sia di lupo che di cane, socializzati all’età di 3 mesi devono continuare a ricevere rinforzi sociali periodici fino a 7 o 8 mesi di età; in caso le stimolazioni vengano a mancare, essi sono portati a regredire. Un cucciolo correttamente socializzato fino all’età di 8 settimane e poi ceduto, può trasformarsi un soggetto timido, pauroso e difficile da addestrare se lasciato isolato in canile durante il Periodo Giovanile (Argue, 1999).

Studi compiuti sui roditori aprono inoltre a nuove prospettive sull’importanza del Periodo Giovanile poiché, in queste specie, interventi correttivi (arricchimento ambientale) durante la pubertà sono stati in grado di eliminare completamente gli effetti dello stress in età precoce sull’asse HPA (Francis et al., 2002).

Nella letteratura cinofila popolare si legge di un secondo e addirittura di un terzo “periodo della paura” che seguirebbe il “primo periodo della paura” (prima risposta motoria di evitamento e paura) generalmente collocabile attorno ai 49 giorni di vita (Coppinger e Coppinger, 2001). Coloro che, in maggioranza addestratori ed educatori, rintracciano un secondo, e addirittura un terzo, “periodo della paura” non indicano con precisione l’arco temporale in cui esso si verifica all’interno del Periodo Giovanile, ma questo può essere imputabile a differenze di maturazione in relazione alla razza e all’individuo (Stewart, 2016). Sebbene siano riportare reazioni di paura improvvise ed eccessive da parte di cuccioli di età compresa tra i 6 e i 18 mesi, non esiste, al momento, alcuna letteratura scientifica sull’argomento (McAuliffe, 2016).  Questi periodi della paura secondari sono collocati nell’adolescenza, un momento caratterizzato da profondi cambiamenti fisiologici (Heim e Binder, 2012) e che coincide nel momento in cui lupi e cani rinselvatichiti lasciano il nucleo famigliare (McAuliffe, 2016).

In relazione allo  sviluppo di paure, tra cui la paura dello sparo, anche il Periodo Giovanile è importante: i cani di età superiore alle 12 settimane che continuano a vivere relativamente isolati all’interno di allevamenti e canili sviluppano quella che è comunemente chiamata “sindrome da canile”, ovvero livelli anormali di timidezza nei confronti di persone e situazioni nuove (Appleby et al., 2002; Serpell e Jagoe, 1995; Pfaffenburger e Scott, 1976; Grandin e Johnson, 2005).

Argue (1999), nel suo volume dedicato alle razze setter e pointer, racconta di numerosi soggetti “rovinati” perché lasciati isolati in canile durante il Periodo Giovanile. Egli racconta di cuccioli correttamente socializzati che, una volta ceduti ai nuovi proprietari, venivano lasciati in canili isolati fino a circa 8 mesi di età. Questi cani diventavano timidi, “selvatici”, timorosi nei confronti dell’uomo e difficili da addestrare. Racconta altresì di un cane da lui ri-adottato ad un anno di età e riabilitato a fatica alla pratica venatoria dopo 6 mesi di rieducazione. Questo dimostra che, se ciò che è stato appreso durante la fase sensibile non viene rinforzato, come accaduto a questi soggetti, il cane può regredire (Shepherd, 2004).

Fox e Stelzner (1966) hanno lavorato per comprendere se nel corso dei periodi sensibili ci fossero dei momenti di particolare sensibilità e hanno riscontrato una maggiore vulnerabilità (maggior sensibilità allo stress, alla paura e al dolore fisico) nei cuccioli di 8 settimane. Questo dato è molto importante perché è proprio a 8 settimane che la maggior parte dei cuccioli lascia il luogo e la famiglia d’origine per iniziare una nuova vita: questo passaggio traumatico e stressante in questa fase sensibile può esitare in problemi comportamentali (Serpell et al., 2017).

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Bibliografia: 

Appleby D. L., Bradshaw J. W. S. e Casey R. A. (2002). Relationship between aggressive and avoidance behavior by dogs and their experience in the first six months of life. Veterinary Record, 150: 434–8.

Argue D. (1999). Setters and pointers. Swan Hill Press, Shrewsbury, UK.

Dehasse J. (1994). Sensory, emotional and social development of the young dog. Bulletin for Veterinary Clinical Ethology, 2: 6–29.

Coppinger R. e Coppinger  L. (2001). Dogs: a startling new understanding of canine origin, behavior, and evolution. University of Chicago Press, Chicago, USA.

Foyer P., Bjällerhag N., Wilsson W. e Jensen P. (2014). Behaviour and experiences of dogs during the first year of life predict the outcome in a later temperament test. Applied Animal Behaviour Science, 155: 93–100.

Fox  M. W. (1971). Behavior of wolves, dogs and related canids. Harper and Row, New York, USA.

Fox  M. W. (1978). The dog: its domestication and behavior. Garland STPM Press, New York, USA.

Fox M. W. e Stelzner D. (1966). Behavioral effects of differential early experience in the dog. Animal Behavior, 14: 273–81.

Francis D. D., Diorio J., Plotsky P. M. e Meaney M. J. (2002). Environmental enrichment reverses the effects of maternal separation on stress reactivity. Journal of Neuroscience, 22: 7840–3.

Grandin T. e Johnson C. (2005). Animals in translation. Using the mysteries of autism to decode animal behavior. Hartcourt, Orlando, USA.

Heim C. e Binder E. B. (2012). Current research trends in early life stress and depression: Review of human studies on sensitive periods, gene-environment interactions, and epigenetics. Experimental Neurology, 233: 102–11.

McAuliffe L. (2016). A second fear period. Paws for thought https://dogidogblog.wordpress.com/2016/07/16/a-second-fear-period/ Accesso il 12/04/2018

Pfaffenberger C. J., Scott P.,  Fuller J. L., Ginsburg B. E. e Bielfelt  S. W. (1976). Guide dogs for the blind: their selection, development and training. Elsevier, Amsterdam, The Netherlands.

Serpell J. ed. (2017). The domestic dog its evolution, behaviour and interactions with people. 2nd Ed. Cambridge University Press, Cambridge, UK.

Serpell J. A. e Duffy D. L. (2016). Aspects of juvenile and adolescent environment predict aggression and fear in 12 month-old guide dogs. Frontiers in Veterinary Science, 3: 49. doi: 10.3389/fvets.2016.00049.

Serpell J. e Jagoe A. (1995). Development of behaviour. In: Serpell J. (Ed.) The domestic dog its evolution, behaviour and interactions with people. 1st Ed., 80-102. Cambridge University Press, Cambridge, UK.

Shepherd K. (2004). Sviluppo del comportamento, comportamento sociale e comunicazione nel cane. In:  Horwitz D.F.,  Mills D.S.,   Heath S. (Eds.), Palestrini C. (Tr.) Terapia comportamentale del cane e del gatto. UTET Scienze Mediche, Torino, Italia.

Stewart T. (2016). A second fear period. Paws for thought https://dogidogblog.wordpress.com/2016/07/16/a-second-fear-period/ Accesso il 11/04/2018

Woolpy J. H. e Ginsburg B. E. (1967). Wolf socialization: a study of temperament in a wild social species. American Zoologist, 7: 357–63.

Woolpy J. H. (1968). The social organisation of wolves. Natural History, 77: 46–55.




L’estero, l’addestramento, la caccia e le prove

L’Italia ha vinto la Coppa Europa per Cani da Ferma Inglesi in Grande Cerca, il Campionato Europeo Setter Inglesi Grande Cerca e il Campionato Europeo Pointer Grande Cerca, altri risultati devono ancora arrivare.  Tutti contenti ma anche tante polemiche. In questi giorni ho letto di tutto sui vari social e vorrei riflettere su un paio di punti, mi preme soprattutto il secondo. Il primo punto riguarda il fatto che alcuni cani cambiano nazionalità per entrare nella competizione. Giusto? Sbagliato? Condannabile? E’ un’area grigia. Il numero di cani italiani potenzialmente in grado di ben figurare in manifestazioni di grosso calibro è immenso, forse decine di soggetti, forse centinaia, chi può dirlo. Il numero di esemplari di “livello” non ha probabilmente pari in alcuna altra nazione al mondo. Però, ci sono pesci grandi e pesci piccoli, ovvero proprietari che hanno potuto (anche in virtù dei mezzi economici) dare ai propri cani maggiore visibilità e che, anche grazie a ciò, entrano in squadra. Il proprietario sardina, che nuota tra i tonni, che non può permettersi l’addestratore di grido, né un infinito numero di trasferte in tutta Europa, sa che probabilmente il suo cane non entrerà nella rappresentativa azzurra. Così vanno le cose, peccato, magari è persino un buon cane, ma occorre essere realisti. Poi, un giorno, alla nostra sardina, viene proposto di “prestare” il cane alla rappresentativa della Transilvania e la sardina accetta. Dobbiamo dargli addosso? Cosa fareste voi al suo posto? Cosa farei io? Boh, rispondo, il mio patriottismo si è ridotto ad un lumicino da un bel pezzo, se me lo chiedesse un paese a cui mi sento legata, forse direi di sì, certo se me lo chiedesse una nazionale di cui non parlo la lingua e di cui non so nulla, probabilmente direi di no, questo non mi mette comunque in condizione di giudicare le scelte altrui.

Il secondo, e ancor più importante punto, riguarda sempre l’estero, ma con un altro taglio. Quando ho pubblicato l’articolo sui problemi che esistono se si vuole addestrare un cane in Italia, e sulla scarsità di selvatici alle prove, alcuni mi hanno scritto toccare il tasto dell’estero. L’ Italia, al momento, se parliamo di piccola selvaggina, grazie alla squallidissima gestione faunistica, è dipendente dall’estero. Certo, il cane lo puoi addestrare anche in Italia ma fai 100 volte la fatica e rischi di pagare in multe l’equivalente di una trasferta!

Sbagliano gli italiani ad andare a preparare il cane altrove? No, prendono atto della realtà dei fatti e, se possono permetterselo, cercano il meglio per i propri cani, ciò è assolutamente condivisibile. Oggi va tanto la Serbia, ma l’abitudine di andare ad addestrare fuori , è iniziata da prima, lo stesso può dirsi della caccia (trovi cacciatori italiani in ogni angolo del globo) e delle prove. Io non ho nulla contro l’estero (o non avrei preso una laurea in lingue e letterature straniere), mi lascia tuttavia perplessa la dipendenza dell’Italia dall’estero. Molte prove cinofile italiane di alto livello, oggi sono corse in Serbia. Quando si chiede, o si prova a capire il perché, vengono date tante spiegazioni, le risposte più convincenti che ho avuto riguardano i terreni, la selvaggina, i regolamenti/ la realtà dei luoghi. Ma andiamo con ordine, rispondendo ad un post su Facebook relativo alla Coppa Europa, Gianni Lugari, ha ricordato la Coppa Europa corsa nel 1999 in Tollara ma…. Allora… I terreni… Esisterebbero anche in Italia! Probabilmente sì, se parliamo di spazi, probabilmente no se parliamo di selvatici, altro punto molto importante. Non sono mai stata in Serbia, ma tutti coloro che ci sono stati, per caccia, addestramento o prove (e parliamo di un numero elevatissimo di italiani) raccontano di tante e tante starne a disposizione dei cani. Dicono “non puoi crederci”, invece ci credo conoscendo la realtà delle grouse britanniche: avere selvaggina è possibile se sai fare una corretta gestione. È costoso, non è semplice e richiede l’impegno di tante categorie di persone, dall’agricoltore al cacciatore, tutti devono fare qualche sacrificio per un bene “superiore”. Difficile, tuttavia, non è sinonimo di impossibile.

Tanti giustificano l’Italia, asserendo che l’agricoltura serba è indietro di 50 anni e che questo favorisce le starne. Possibile, ma se noi siamo davvero avanti di 50 anni, è impossibile che non abbiamo i mezzi e le competenze per ricreare un equilibrio favorevole alla starna. Scusate ma mi rifiuto di crederlo, vi ricordate il Rinascimento? La nostra nazione ha dato i natali a Leonardo da Vinci e ad altri geni e oggi, i loro discendenti non sanno mettere insieme quattro pennuti! I costi? Facciamo due conti: in Serbia si parla anche di 500 cani che corrono al giorno, moltiplicate 500 per i 30 euro delle iscrizioni (cifra a me riferita), al tutto sottraete le “spese” ma aggiungete i permessi di addestramento che, sempre a quanto mi dicono, sono pari a 100 euro al giorno (cifra elevata se hai un solo cane, ma irrisoria se hai un furgone pieno di soggetti da preparare). Ecco io e la contabilità siamo due entità separate ma, ad occhio, direi che si va su cifre “interessanti” e che i serbi sono stati bravissimi, e lo dico con estrema sincerità, a capire quale ricchezza possano rappresentare le starne. Dalle fotografie che ho visto, le prove si corrono in zone rurali dove la fonte di reddito principale credo sia l’agricoltura. Le starne portano tanti altri soldini sotto forma di iscrizioni alle prove, di permessi per addestrare, di spese che normalmente affronta un turista: vitto, alloggio, la cenetta fuori e qualche altro extra. Immagino la faccia dell’indigeno serbo perplesso, ma felice, dal tanto interesse verso dei pennuti. I serbi sono stati e sono bravissimi ad aver compreso quale ricchezza avessero tra le mani. Noi italiani? Oltre a ringraziarli per le opportunità che ci danno, non potremmo, magari, che so, prendere spunto? I risvolti economici non sono abbastanza interessanti? Per certe cifre, popoli più determinati farebbero risorgere i dinosauri, altro che starne.

Beh, ma obietta qualcuno, da loro è più facile, non c’è la nostra burocrazia, non ci sono tutte le nostre “regole”, non ci sono gli animalisti.  Va cambiata la 157/92 affinché la situazione possa cambiare, tuonano in tanti, e so altrettanto che, in Italia, quando si cerca di essere proattivi e di fare qualcosa fioccano gli ostacoli e gli impedimenti, burocratici e non. Ma è questo motivo sufficiente per rassegnarsi ad una situazione faunistica, e anche venatoria che non ci soddisfa?




Lasciateci addestrare

Faccio fatica a capire perché, in Italia, debba essere così difficile poter addestrare un cane da caccia. Certo, l’obbedienza la si può insegnare dappertutto (ma a pochi importa dell’obbedienza), e si può lavorare con selvaggina “messa” ma, se si pretende di lavorare su selvatici veri le cose diventano complicatissime.

Iniziamo dalla selvaggina “messa”: la si può usare in alcune riserve di caccia (non tutte) durante la stagione della caccia (terza domenica di settembre – 31 gennaio, o 31 dicembre in talune zone). Quando la stagione di caccia è chiusa, si può allenare il cane nelle zone B (senza sparo) e nelle zone C (con sparo). Per accedere alle zone B e C e alle riserve di caccia, di solito, occorre pagare qualcosina e ovviamente pagare la selvaggina utilizzata. D’accordo, si può fare. Le zone B possono essere anche molto ampie, le C sono solitamente grandi quanto un campo e affollatissime di persone che vogliono uccidere qualcosa anche a caccia chiusa. In ogni caso, queste zone sono rare e i cani non sono stupidi: imparano i posti e imparano il gioco, vanno di sospetto, eccetera. Non va bene allenare sempre negli stessi posti, con gli stessi animali e con le stesse persone, è tutto troppo finto e i cani lo sanno.

Un cristallo non è un diamante, lo stesso possiamo dire della selvaggina. Gli esemplari allevati possono aiutarci un sacco durante l’addestramento, con loro possiamo ricreare situazioni e anticipare mosse, ma il cane ha bisogno di incontrare anche selvatici veri, in contesti selvaggi e imprevedibili. Quando la caccia è aperta si può andare in riserva e lavorare su animali semi-selvatici o sui terreni degli ATC, terreni quasi sempre deserti a causa della cattiva gestione, nonché del bracconaggio cronico. Però, chissà, magari si può incontrare la beccaccia occasionale, il beccaccino che si è perso, o il fagiano scaltro che l’ha avuta vinta su tanti cacciatori. Ma, c’è un altro problema! Si può allenare solo da metà agosto alla terza domenica di settembre poi, quando apre la stagione della caccia, si è costretti ad andare a caccia! Le nostre leggi non consentono, a caccia aperta, di addestrare, solo di andare a caccia, il che significa che dovete pagare la licenza, l’ambito, le tasse e andare in giro armati di tutto punto anche se non vi importa nulla di uccidere qualcosa. Mi adeguo alla legge, anche se non ha senso.

Alla fine della stagione della caccia, non si può più sganciare il cane. La legge è chiara: gli unici cani che possono stare liberi sono i cani da caccia, detenuti da persona con regolare licenza di caccia. Ma i cani possono stare liberi solo dalla fine di agosto alla chiusura della caccia, quindi il fatto che io ora liberi il cane dietro casa, su terreni vuoti, fa di me un bracconiere, giusto per rendere complicate le cose semplici. Per trovare dei selvatici, però, bisogna essere più coraggiosi e fare i “bracconieri avanzati”, cioè andare nelle zone protette, come i parchi e le zone rosse. Ci sono animali? Può darsi, non credo che queste zone siano molto curate, sono quasi sempre lasciate a se stesse. I nostri politici trattano tali zone come musei e si scordano che esse devono essere curate, la selvaggina deve essere assistita, un parco non è un soprammobile! Così, mentre noi con il cane da caccia non possiamo entrare, queste aree sono in balia di famiglie, ciclisti, runners e a volte anche di motociclisti, ah.. mi stavo dimenticando i cani di famiglia! I cani da caccia disturbano e uccidono la selvaggina, ma nessuno fa caso al cane da pastore della Signora Rossi. Sì dovrebbe essere legato anche lui, ma è un cane da pastore, chi poteva pensare che prendesse una lepre o un capriolo. I cacciatori hanno una reputazione bruttissima, uccidono gli animali e, automaticamente, qualsiasi cosa ad essi connessa, diventa negativa e pericolosa.

Non mi piace fare cose illegali e non ho mai grande successo in queste esplorazioni. Se vado in una zona proibita, mi rimpicciolisco in formato gnomo e mi fermo al massimo 10 minuti, nel frattempo arrivano orde di famiglie con bambini e cani da compagnia. Però, quelli che rischiano la multa siamo io che mi muovo in silenzio e il mio cane da caccia, anche se è ubbidiente, fermo al frullo e si blocca a comando, noi disturbiamo. Essendo imbranata, non ho storie di “bracconaggio” da raccontare, ma posso raccontarvi del declino che vedo in tante aree protette: sempre meno selvaggina, sempre più spazzatura, sempre più gente fuori posto. Altri addestratori mi hanno raccontato storie assurde, come l’essere inseguiti dai carabinieri alle 7 del mattino per aver sganciato il cane o di  fughe dalle guardie fatte a nuoto. Bel modo per sprecare denaro pubblico. Tante persone, soprattutto la gente di città, non riescono a capire la differenza tra l’addestrare un cane e l’andare a caccia: se gli parli di “cani da caccia”, capiscono solo caccia, e se vedono un cane da caccia libero, vedono anche un fucile che non esiste. Ovviamente sono indifferenti a cani di altre razze liberi. Mi è stato raccontato di un uomo, un addestratore per altro in gamba, che allena indossando scarpe da calcio: per fuggire più velocemente in caso qualcuno chiami le guardie.

Eppure, chiunque abbia un cane da caccia “addestrato” e decida di allenarlo, non fa del male alla selvaggina. I nostri cani non inseguono gli animali e non li uccidono: vogliamo solo trovarli e lì finisce il gioco. Disturbiamo molto meno di un gruppo di ciclisti. Molti di noi sarebbero felici di pagare qualcosa per addestrare legalmente su “selvaggina buona” e sarebbero disposti a sottoporre il cane ad un esame che ne certifichi l’ubbidienza. Se vedete qualcuno che con fare “sospettoso” si aggira per la campagna con un cane da caccia libero, fermatevi a guardare quel che fa, andate a scambiarci due parole. Non andate in panico e non generate altro panico chiamando carabinieri, polizia ed esercito.

Circa 15 anni fa era possibile, pagando una piccola tasse annuale, addestrare in un parco regionale. Ci andavo, c’era qualche fagiano e c’era sempre qualcuno, l’intera area era monitorata da cinofili e cacciatori, ti faceva sentire al sicuro. Arrivavano persone da diverse parti del nord Italia, poi i permessi sono stati revocati e la qualità della zona è drammaticamente scesa: nessuno ci va più. Chi andava lì ora è probabilmente tra i tanti che vanno a preparare i cani all’estero, i loro soldi ora vanno altrove e non all’economia locale. Non un lieto fine.




Dare fiducia a uno spirito libero

Questo articolo nasce dalla passeggiata in campagna di stamattina, le mie camminate in campagna sono sempre buona fonte di ispirazione!

Oggi ho pensato che, quando esci con un setter inglese, tutti i tuoi sensi devono essere attivi al fine di localizzare il cane che, come la razza comanda, appare e scompare. Lo puoi sentire quando è dietro agli alberi, o quando sta uscendo da un cespuglio; lo puoi vedere quando corre libero si terreni aperti. A volte, quando si rotola in “qualcosa”, ne puoi perfino sentire l’odore. No, non puoi sentirne il sapore, né toccarlo ma, negli anni, hai sicuramente sviluppato un sesto senso capace di dirti dove si trova il cane, cosa sta facendo e da che parte lo vedrai ritornare.

Mentre tenevo le antenne accese, ho incontrato un uomo con una golden retriever. Gli trotterellava accanto, mansueta, tenendo in bocca un grosso ceppo. Mi chiedo se sarei felice con un cane simile o se, al contrario, mi annoierebbe. Poi, quando Briony correva a tutta velocità in una risaia, abbiamo incontrato un runner con un cane corso e con un cane primitivo, più grande di uno shiba e più piccolo di un akita. È rimasto impressionato dal richiamo ma, ancora di più, dalla velocità e dall’ampiezza di cerca. I cani da ferma inglesi, fatta eccezione per il gordon – ogni tanto, sono i cani da ferma più estremi. È difficile per un proprietario di cani da compagnia riuscire a capirli. Restano perplessi quando il proprietario di un setter (o di un pointer) rifiuta di sguinzagliare il cane su un piccolo appezzamento di terreno circondato da strade, spiegando che è troppo piccolo e quindi non sicuro.

Non riescono a capire che quegli spazi sono piccoli: lasciate libero un pastore tedesco o un border collie, saranno sempre attenti, pronti ad obbedire agli ordini, nascono per questo; un dobermann o un rottweiler terranno sempre d’occhio il proprietario, perché il loro istinto gli chiede di proteggerli. Con un setter inglese le cose vanno diversamente: il regalo migliore che possiate fare a un setter è la libertà. Certo, a loro piace anche russare su superfici morbide, gli piace mangiare bene ma, se vuoi davvero far felice il tuo setter…  lascialo libero! Il suo muso simpatico diventerà un felice muso simpatico e lui inizierà ad esplorare. Un setter inglese libero non starà a preoccuparsi del padrone. Sono cani che guardano Discovery Channel, sanno benissimo che noi possiamo cavarcela da soli mentre loro sono impegnati a esplorare il mondo, trovare selvatici… ci sono un sacco di cose interessanti in campagna! Dare libertà a un setter inglese è un po’ come portare un maiale in un ristorante all you can eat, o regalare a una donna la carta di credito di qualcun altro! Così tanto entusiasmo mette a dura prova il controllo!

Un setter inglese libero può prestarvi più attenzione se portate un fucile: i cani usati a caccia sanno fare gioco di squadra e la maggior parte di loro è felice di andare a recuperare un selvatico abbattuto. È così che la maggior parte dei cacciatori controlla il proprio setter. Le cose diventano più complicare se non avete armi con voi: il setter (o il pointer), non trae beneficio dalla vostra presenza… ed è questa la parte che mi piace di più! Perché qui entrano in gioco la relazione, l’addestramento e la fiducia RECIPROCA.

Relazione: beh, è elementare, devi avere una relazione con il tuo cane! Lui deve avere fiducia in te (fiducia reciproca, vedi sotto), perché sa che non limiterai la sua libertà, per lo meno non troppo. Lui tornerà da te, o eseguirà i tuoi ordini, e poi sarà di nuovo libero.

Addestramento: l’importanza dell’addestramento non deve mai essere sottostimata. Insegnare a uno spirito libero un richiamo efficace non è facile. Ma sono la prova vivente che l’essere umano modello base può farcela.

Fiducia: sta alla base di tutto. È quello che ti permette di lasciare libero il tuo cane sapendo che tornerà. Devi davvero credere al tuo setter: alcune persone vanno in panico quando vedono quanto forte e lontano questi cani possano andare. Ma se davvero vuoi bene a “qualcuno”, e specialmente se “qualcuno” vive per la libertà… lascialo libero!